Il monito di Camilleri è ancora più attuale oggi: cosa è cambiato davvero?
«In Italia abbiamo due milioni di analfabeti totali, tredici milioni di semianalfabeti e altri tredici milioni di analfabeti di ritorno…»
— Andrea Camilleri, intervista 2010
Quando Andrea Camilleri pronunciò quelle parole, nel 2010, molti le liquidarono come una provocazione. Altri come un’esagerazione retorica.
Eppure, a distanza di oltre quindici anni, la domanda che poneva resta intatta — e forse più inquietante di allora:
su cosa basiamo oggi le nostre convinzioni quando votiamo, discutiamo, scegliamo?
Dall’analfabetismo classico a quello funzionale
Una prima precisazione è necessaria.
L’Italia di oggi non è più il Paese dell’analfabetismo di massa del Novecento. La stragrande maggioranza dei cittadini sa leggere e scrivere. Le cifre evocate da Camilleri — che affondavano le radici in una memoria storica più lunga — non sono più riproducibili in senso letterale.
Ma il problema non è scomparso.
Si è trasformato.
Oggi parliamo di analfabetismo funzionale: la capacità non solo di leggere parole, ma di comprendere testi complessi, collegare informazioni, distinguere fatti da opinioni, valutare conseguenze.
Ed è qui che emergono dati che fanno riflettere.
I numeri di oggi
Secondo le più recenti rilevazioni internazionali sulle competenze degli adulti, circa un adulto su tre in Italia incontra serie difficoltà nella comprensione di testi articolati e nell’uso critico delle informazioni.
Non significa “non saper leggere”.
Significa leggere senza capire fino in fondo.
Seguire un discorso, ma non riuscire a verificarlo.
Riconoscere le parole, ma non il contesto.
In altre parole: decodificare, ma non interpretare.
Se Camilleri parlasse oggi
Se aggiornassimo il discorso di Camilleri ai nostri giorni, probabilmente non parlerebbe più di firme fatte senza comprendere, ma di:
- notizie lette senza essere verificate
- titoli condivisi senza essere aperti
- opinioni assorbite per esposizione ripetuta
- convinzioni costruite per familiarità, non per comprensione
La televisione, che Camilleri indicava come fonte dominante, non è più sola.
Al suo posto c’è un ecosistema molto più frammentato e potente: social network, feed algoritmici, video brevi, messaggi emotivi.
Informazione univoca? No. Informazione pervasiva
Qui sta il punto più sottile — e più attuale.
Il rischio che Camilleri denunciava non era solo l’univocità dell’informazione, ma la sua capacità di sostituirsi al pensiero.
Oggi l’informazione non è più univoca. È abbondante, continua, onnipresente.
Ma proprio per questo:
- non lascia tempo all’elaborazione
- riduce la complessità
- premia la reazione istintiva
- penalizza il dubbio
Il risultato non è una cittadinanza più informata, ma spesso più confusa.
La nuova fragilità democratica
In questo contesto, la democrazia non è minacciata dall’assenza di voto, ma dal suo svuotamento cognitivo.
Si vota.
Si partecipa.
Si commenta.
Ma si comprende davvero?
Camilleri temeva un elettore che sceglie sulla base di messaggi televisivi semplificati.
Oggi ci confrontiamo con un cittadino che naviga in un mare di informazioni senza strumenti adeguati per orientarsi.
Il rischio, allora come oggi, è lo stesso:
una democrazia formalmente viva, ma sostanzialmente fragile.
Cosa è cambiato davvero?
È cambiata la forma.
Non il problema.
- Prima: pochi canali, messaggi univoci
- Oggi: molti canali, messaggi frammentati
In entrambi i casi, chi controlla il flusso dell’informazione controlla il perimetro del pensabile.
E questo rende ancora più centrale una domanda che non riguarda solo la politica, ma la cultura:
stiamo formando cittadini informati o semplici utenti esposti?
Perché ripartire da Camilleri
Rileggere Camilleri oggi non significa nostalgia.
Significa riconoscere che il suo allarme non era legato ai numeri, ma al rapporto tra conoscenza e potere.
Un rapporto che, nell’era digitale, non si è indebolito.
Si è fatto solo più invisibile.
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